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	<title>Nicola Carosi - Un cattolico negli anni della ricostruzione &#187; I luoghi e la storia</title>
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	<description>L&#039;uomo, la vita, il pensiero politico, economico e sociale, le opere come sindaco di Appignano del Tronto.</description>
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		<title>ORIGINI E SITUAZIONE SOCIO-POLITICA DI APPIGNANO A CAVALLO DEL SECONDO CONFLITTO MONDIALE</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 14:40:53 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[I luoghi e la storia]]></category>

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		<description><![CDATA[Appignano del Tronto All’epoca di Nicola Carosi, Appignano del Tronto è una ridente cittadina posta sulle estreme pendici collinose del monte Ascensione digradanti dolcemente verso il fiume Tronto e il litorale adriatico. Il centro storico, arroccato su una dorsale di forma ovale è limitato a nord dalle profonde rupi in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><b>Appignano del Tronto</b></p>
<p align="justify">All’epoca di Nicola Carosi, Appignano del Tronto è una ridente cittadina posta sulle estreme pendici collinose del monte Ascensione digradanti dolcemente verso il fiume Tronto e il litorale adriatico. Il centro storico, arroccato su una dorsale di forma ovale è limitato a nord dalle profonde rupi in cui scorre il torrente Chifenti  e a sud da alte scarpate formate dall’erosione del fosso Pioppo. Da una pianta del secolo XVII si rivela che l’antico centro era molto più vasto dell’incasato attuale. L’abitato, solcato dal tre strade principali, appare un labirinto di viuzze, di vicoli, di piazzette fiancheggiate da case modeste e da Chiese; un insieme compatto attorno alla Chiesa di San Giovanni Battista che, posta quasi al centro, ostenta la maestosa torre cuspidata. La grande cerchia muraria medievale, le porte del castello, i bastioni, la piazza e un terzo del paese sono scomparsi, trascinati da frane sul fondovalle. Il paesaggio è caratterizzato da dolci dossi, sovente interessati da movimenti superficiali favoriti dalla scarsità delle alberature.  Singolare è il contrasto tra il verde oro dei seminativi e l’ottica dei calanchi adiacenti. Il clima risente delle condizioni dovute alla vicinanza del mare. Il territorio è diviso in quattro valli o contrade: Valle Chifenti, Monte Calvo, San Martino e Orta, ed è rinomato per la festività e l’eccellenza dei prodotti.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>La popolazione</b></p>
<p align="justify">La popolazione appignanese, in prevalenza composta da lavoratori dei campi ed artigiani, conduceva un <b>genere di vita raccolto, austero, quasi pastorale</b>. Le principali attività dei residenti nel centro abitato, erano l’artigianato con il ruolo sussidiario dell’agricoltura; quindi erano molti ad esercitare il mestiere di fabbro-ferraio, sarto, calzolaio, falegname, carratore… Agli inizi dell’800 Appignano contava 1500 abitanti. Negli anni dell’immediato dopoguerra la diffusa esigenza di conquistare un fondo di proprietà radicalmente cambiò la situazione, determinando il tramonto della mezzadria e una inversione di tendenza sia per quanto concerne la dimensione delle aziende sia per quello che riguarda le colture: il tipo di coltura vecchia maniera, ancorato al sistema primitivo e lento del lavoro manuale, sotto i colpi inferti dalle inesorabili leggi del progresso tramontò definitivamente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Gli anni del regime</b></p>
<p align="justify">La <b>sudditanza tra padrone e mezzadro rimaneva immutata</b> per via dei numerosi secoli di sottomissione rassegnata. Una triste realtà alla quale si sottraevano soltanto i giovani più avventurosi i quali, però, erano costretti all’emigrazione nelle americhe, col preciso intento di ritornare un giorno non lontano, allo scopo di acquistare col sudato risparmio un pezzo di terra per diventare proprietari a loro volta. I primi <b>segni di lotta dei mezzadri contro i proprietari terrieri</b> si manifestarono immediatamente dopo la fine della prima guerra mondiale con <b>la formazione delle <i>“leghe bianche”</i></b><i> </i>per una più equa ripartizione dei prodotti della terra. Nel periodo che va dalla fine della prima guerra mondiale al 1921 si assistette in Appignano alla progressiva scomparsa della classe politica dei <i>“signorotti locali”</i> sotto l’incalzare delle nuove leve politiche di estrazione popolare. Vale a dire quelle cattolico-popolare e quelle socialiste, mentre contro le une e le altre e soprattutto <b>contro le loro organizzazioni sindacali <i>(leghe bianche)</i> cominciarono ad infierire le</b> <b>prime squadre fasciste.</b></p>
<p align="justify">Si può dire che Appignano <b>accettò il fascismo senza entusiasmo, quasi come un destino</b>, come una fatalità ineluttabile. In paese, insomma, non ci fu solo <b>carenza di uomini convinti delle proprie idee</b> e idonei a sollecitare gli altri alla formazione di mentalità democratica, ma per le componenti sociali della popolazione furono altresì <b>assenti quegli stimoli che potevano costituire motivo di rivincita</b>, speranza di cambiamento. Mancarono cioè i presupposti della fede nei valori della democrazia. Venne a mancare anche una certa cultura, almeno quella costituita da certe punte intellettuali che forse nella ricerca e nel desiderio di realtà diverse, avesse potuto propugnare una alternativa. Lo strato sociale della popolazione era quello di sempre: si proponeva per lo più di mezzadri, di proprietari terrieri e, nel centro abitato, di tanti e diversi artigiani interamente dediti alle attività connesse con il mondo agricolo.</p>
<p align="justify">Poi venne la follia della seconda guerra mondiale. Spentisi gli echi dell’entusiasmo per i primi successi conseguiti dall’asse nazi-fascista, cominciò lentamente a farsi strada nella coscienza popolare la consapevolezza dell’impari lotta, dell’impreparazione, e quindi dell’impossibilità di vincere la guerra, nonostante la soffocante propaganda di regime.</p>
<p align="justify">Al termine della seconda guerra mondiale dovunque si venne a creare in Italia una situazione di totale smarrimento. Era crollato un <b>regime dittatoriale che aveva generato assuefazione</b> a quella triste realtà e nello stesso tempo aveva impedito con ogni mezzo la conoscenza e la pratica della vita democratiche specie nei giovani. <b>Non fu facile alle nuove generazioni disincantarsi dal paralizzante torpore</b>. In Appignano durante il ventennio fascista non c’erano stati violenti contrasti, né alcuna forma di opposizione al regime. Gli anziani, che prima del fascismo avevano pur conosciuto le libertà democratiche, anche se si era trattato di vita non serena, a volte anche turbolenta, non erano riusciti a mantenere vivi gli ideali di libertà.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Dalla fine del conflitto al primo dopoguerra</b></p>
<p align="justify">Avvenuta la caduta del fascismo, dopo l’armistizio dell’8 settembre, quando il definitivo collasso della nazione si previde imminente, i più ardimentosi del paese confluirono nelle file della Resistenza contro i nazi-fascisti. Vennero gettate le basi per la ricostruzione in Appignano dei partiti politici.</p>
<p align="justify"><b>L’attività partigiana nella zona di appignano fu molto temperata</b>. Non ci furono azioni violente di guerra; ci si attenne a compiere una <b>azione fiancheggiatrice delle forze Alleate,</b> a prestare aiuti ai prigionieri e a guidarli nel passaggio del fronte. In effetti in Appignano, sotto il comando dell’<b>ing. Stipa </b>ebbe sede uno dei più importanti gruppi partigiani della provincia, direttamente <b>collegati con i servizi segreti</b> dell’ ottava armata britannica.</p>
<p align="justify">In casa Stipa era installata una radio ricetrasmittente collegata con i comandi alleati in Algeri a Bari e a Lanciano alla quale faceva capo la famosa organizzazione della rat-line. Questa non era altro <i>(in codice)</i> che una linea di caposaldi che andavano da Appignano a Guardiagrele, lungo la quale venivano avviati i prigionieri inglesi per consentire loro di attraversare il fronte e riprendere la loro attività bellica. Ed era ovvio che in tali condizioni bisognava innanzitutto <b>evitare azioni eclatanti di guerriglia per non richiamare l’attenzione dei tedeschi.</b></p>
<p align="justify">Nel ’44, perdurante l’occupazione nazista e quindi <b>in forma clandestina, venne ripresa in Appignano del Tronto l’attività organizzativa dei partiti politici.</b> I restanti esponenti del vecchio Partito Popolare <b>gettarono le basi della nuova Democrazia Cristiana.</b> Tra questi: <i>Giovanni Armillei, Romano Grelli, Cesare Di Giacomi, Nicola Carosi, Luigi Stipa ed altri</i>.</p>
<p align="justify">Intanto in attesa dell’arrivo degli eserciti Alleati, fermi sul fronte di Vasto-Lanciano, con i tedeschi spesso di pattuglia in Appignano in quanto presidiavano il grande deposito di munizioni dislocato lungo la strada comunale Appignano-Campolungo, <b>gli elementi antifascisti di maggiore spicco provvidero alla costituzione in paese del Comitato di Liberazione Nazionale (CLN).</b> Vi parteciparono: Serafino Galli, di orientamento monarchico liberale, il più giovane del gruppo Nicola Carosi, in rappresentanza della Democrazia Cristiana, Pacifico Pucci, del partito comunista, Gaspare Scarpetti del partito liberale,  Goffredo Scarpetti del partito d’Azione, e Tommaso Marinelli in rappresentanza del partito Democratico del Lavoro.</p>
<p align="justify">Quando poi l’arrivo degli Alleati sembrò imminente, i membri del CLN locale affrontarono il problema della formazione che avrebbe dovuto reggere il paese fino alla prima democratica consultazione elettorale che si sarebbe tenuta nel ’46. Nel luglio del ’44 infatti il <i>CLN nominò sindaco di Appignano Serafino Galli e una giunta di cui facevano parte come assessore: Nicola Carosi (DC), Giulio Carosi (PC), Adamo Volpi (PSI), Tommaso Marinelli (PD del Lavoro), Gaspare Scarpetti (PLI) e Goffredo Scarpetti (Pd’Azione).</i></p>
<p align="justify"><b>Avvenuta la liberazione </b>dal giogo nazi-fascista, con l’arrivo degli Alleati e di un gruppo di partigiani della resistenza, <b>anche in Appignano si intensificò l’organizzazione dei partiti politici.</b> La popolazione fin dai primi momenti della riconquistata libertà, mostrò simpatia per il partito di ispirazione cristiana che già nel 1921 aveva dato prova di grande capacità di aggregazione conquistando la maggioranza assoluta dei suffragi elettorali. La Democrazia Cristiana appignanese si preparò con scrupolo agli appuntamenti elettorali collezionando una vittoria sull’altra. Dopo la vistosa affermazione conseguita il 2 giugno per l’Assemblea Costituente, consolidò ulteriormente le sue posizioni raggiungendo una schiacciante superiorità (1168 voti su 1879 votanti), rispetto agli altri partiti nelle politiche del 18 aprile 1948. Vinse brillantemente le prime amministrative del marzo ’46, assumendo le redini dell’amministrazione comunale e fino alle politiche del 1958 mantenne saldamente la maggioranza assoluta dei suffragi popolari.</p>
<p>____________________________________________________________</p>
<p>www.nicolacarosi.it © 2014 &#8211; tutti i diritti riservati &#8211; è vietata la riproduzione</p>
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		<title>LA D.C. E L&#8217; AZIONE CATTOLICA PICENA NEI PERIODI 48/51 E 64/66</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 13:45:41 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Anche nella provincia di Ascoli Piceno, durante il secondo conflitto mondiale, gli esponenti dell’antifascismo, riorganizzarono le file dei loro partiti, sciolti nel 1926 dal governo mussoliniano. Per quanto concerne la Democrazia Cristiana,i primi tentativi per la costruzione di  una sezione provinciale del partito furono operati nel 1941 da alcuni sacerdoti [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">Anche nella provincia di Ascoli Piceno, durante il secondo conflitto mondiale, gli esponenti dell’antifascismo, riorganizzarono le file dei loro partiti, sciolti nel 1926 dal governo mussoliniano. Per quanto concerne la Democrazia Cristiana,i<strong> primi tentativi per la costruzione di  una sezione provinciale del partito furono operati nel 1941 da alcuni sacerdoti</strong> (come il fermano Don Gaspare Morello preside del liceo classico della sua città) <strong>e da alcuni giovani provenienti dalle file dell’Azione Cattolica</strong> la quale &#8211; nonostante le persecuzioni subite nel maggio del 1931- era riuscita a mantenere una propria efficienza organizzativa, specialmente per opera dei Vescovi delle tre diocesi picene (Ascoli, Fermo, Montalto-Ripatransone).</p>
<p align="justify">A <strong>Siena</strong> nel 1941 alle <strong>riunioni</strong> in cui furono gettate le basi del nuovo partito, che doveva continuare la missione del partito popolare, <strong>intervenne pure l’avvocato Renato Tozzi Condivi, capo carismatico del laicato cattolico piceno</strong>. <strong>E fu proprio Tozzi Condivi che, al suo ritorno</strong> dalla città toscana, <strong>programmò e presiedette i primi incontri segreti fra gli esponenti del vecchio partito popolare e da alcuni giovani provenienti dall’Azione Cattolica e dalla FUCI</strong>. In quella prima fase l’attività dei democratici cristiani piceni fu assai limitata, risolvendosi in pratica all’approfondimento di quei problemi di carattere sociale, che costituirono più tardi i cardini del programma politico e amministrativo della Democrazia Cristiana.</p>
<p align="justify">Con la caduta del fascismo e l’inizio dell’occupazione nazista la condotta non mutò. Dopo la liberazione del Piceno dalle truppe tedesche, nel giugno del ‘44, la Democrazia Cristiana giustificò questo suo atteggiamento, comune per altro a tutte le altre formazioni politiche locali, ricordando che, dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, era assolutamente impensabile che le forze alleate avrebbero impiegato la bellezza di dieci mesi per avanzare da Ortona al Chifente. Nell’aprile 1944, quando ormai era naufragata la speranza di un immediato arrivo delle forze alleate, i democratici cristiani collaborarono alla fondazione del Comitati di Liberazione Nazionale di Ascoli e di Fermo, partecipando pure alla lotta clandestina e alla resistenza.<strong> Anzi, va sottolineato il fatto che, a presiedere i due comitati di Liberazione Nazionale del Piceno, furono chiamati proprio due esponenti della Democrazia Cristiana: Renato Tozzi Condivi ad Ascoli e Don Gaspare Morello a Fermo</strong>. Dopo la liberazione, le forze rappresentate nel CLN ( DC, PC, PDL, PSI, PLI, PdA ) collaborarono nella gestione del governo locale. Ad Ascoli, per esempio, il prefetto Broise nominò la prima amministrazione comunale il 4 settembre 1944. Come risultò dal primo congresso provinciale del partito (San Benedetto del Tronto, ottobre 1944), il nucleo più consistente ed impegnato della Democrazia Cristiana fu costituito inizialmente dalle forze più del laicato cattolico e dai leaders più prestigiosi del vecchio Partito Popolare.</p>
<p align="justify">L’armonia tra i vari partiti del CLN, però, fu di breve durata: tra la fine del ’45 e l’inizio del ’46 due settimanali cattolici Piceni <i>“il nuovo Piceno”</i> e <i>“la voce delle Marche”</i> si fecero promotori di un’<strong>aspra polemica antibolscevica</strong>. I toni si fecero particolarmente duri in vista delle elezioni amministrative del ’46 e del referendum nazionale del 2 giugno di quell’anno. In vista di questa seconda consultazione, la Democrazia Cristiana picena indisse il suo secondo congresso provinciale (ottobre ’45). Le consultazioni elettorali del ’46, che si svolsero in un clima di violenza rivelarono che la Democrazia Cristiana rappresentava il più forte partito del Piceno. Due democratici cristiani, <strong>Renato Tozzi Condivi e Nicola Ciccolungo, furono eletti deputati alla Costituente</strong>. Nel terzo congresso provinciale del partito (Sant’Elpidio a Mare, luglio 1946) furono delimitati nettamente i confini dell’azione politica dello scudo crociato che doveva assumere una posizione centrale rispetto agli opposti schieramenti di centro e di sinistra. Questa tesi divenne dominante alla vigilia delle elezioni politiche del ’48, quando la DC si presentò all’elettorato come diga al comunismo. Nelle elezioni del 18 aprile del ’48 la DC poté disporre di molte forze che esercitarono un potente influsso. Tra queste, l’Azione Cattolica figura in primissimo piano. Essa, nell’occasione, organizzò i “comitati civici”, che tesero a costituire un’unità cattolica anticomunista e a persuadere gli elettori a votare in massa per la DC. L’appoggio ufficiale del clero si manifestò anche nell’azione di altre organizzazioni, discendenti più o meno direttamente dall’Azione Cattolica: i laureati cattolici, i maestri cattolici, le ACLI, i coltivatori diretti, ecc… Pure nell’ ascolano, il 18 aprile ’48 la DC raggiunse la sua massima affermazione elettorale raccogliendo il 51,5% dei suffragi. L’artefice principale della ripresa fu Renato Tozzi Condivi che si fece promotore di una vasta opera di sensibilizzazione e riuscì ad organizzare la Gioventù Italiana Azione Cattolica (GIAC), diventando Presidente del circolo di Ascoli Piceno e poi delegato regionale per le Marche. Lo stesso Tozzi Condivi sarà in seguito molto deluso sull’andamento della politica della Democrazia Cristiana ad un passo dall’imminente centrosinistra; in una lucida nota egli volle mettere in guardia i democristiani, facendosi portavoce dell’Azione Cattolica, della pericolosa tendenza di aderire alla lotta di classe sulla scia di una falsa interpretazione del cristianesimo, adescati dalle idee socialiste.</p>
<p align="justify">È noto che, dopo le elezioni del ’48, all’interno della DC andò prendendo consistenza una corrente, capeggiata da G. Dossetti, la quale invocava una decisa accentuazione della politica economica e sociale del partito. Questo gruppo, verso il 1951, fece i primi proseliti anche nella provincia di Ascoli Piceno, dove tuttavia la corrente centrista o degasperina continuò a recitare il ruolo fondamentale. Dopo le elezioni politiche del 1953, che fecero registrare un lieve calo della DC, la corrente di sinistra, che aveva assunto la denominazione di “Iniziativa democratica”, accentuò la sua lotta all’interno del partito. La “guerra” fra le due correnti fu particolarmente aspra nel biennio 1956/57 e si risolse, nell’autunno del 1957, nel congresso provinciale di San Benedetto che vide il trionfo della sinistra <i>(a sostituire il dimissionario Aldo Laganà, alla segreteria provinciale, fu chiamato il “tambroniano” Gualtiero Nepi).</i> Nelle elezioni, che si tennero il 21 maggio 1958, la Democrazia Cristiana migliorò notevolmente le sue posizioni nel Piceno; <strong>Renato Tozzi Condivi, pur essendo apertamente osteggiato dalla segreteria provinciale del partito, riportò un grosso successo personale, grazie proprio all’appoggio del clero di tutte le diocesi marchigiane</strong>. Dopo le elezioni del 1958, alla Democrazia Cristiana sembrò giunto il momento di tentare l<strong>’incontro fra cattolici e socialisti</strong>, che avevano preso un certo distacco dal PCI dopo le vicende del XX congresso del PCUS e dell’invasione dell’Ungheria. A rendere più ingarbugliata la situazione all’interno della Democrazia Cristiana contribuirono altri due fatti: la formazione di una nuova corrente, la <strong>“dorotea”</strong>, nata dalla scissione del gruppo di sinistra con l’appoggio di altri moderati e la ripercussione locale dei fatti del luglio 1960 che comportarono la caduta del governo Tambroni, il quale in vista delle elezioni del 1963 organizzò una propria corrente. Nelle elezioni del 1963, che avrebbero dovuto ratificare la nuova formula di “centro-sinistra”, la Democrazia Cristiana registrò un notevole calo.</p>
<p>____________________________________________________________</p>
<p>www.nicolacarosi.it © 2014 &#8211; tutti i diritti riservati &#8211; è vietata la riproduzione</p>
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		<title>L&#8217;ITALIA DAL PRIMO AL SECONDO DOPOGUERRA</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Jul 2014 13:16:52 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[L’Italia nel primo dopoguerra L’Italia uscì duramente provata dalla prima guerra mondiale. Una grave crisi economica costringeva a misere condizioni di vita gran parte della popolazione. Il generale malcontento provocò una costante ed elevata tensione. Il Partito Popolare Italiano, fondato nel 1919 su iniziativa del sacerdote siciliano Luigi Sturzo, in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><strong>L’Italia nel primo dopoguerra</strong></p>
<p align="justify">L’Italia uscì duramente provata dalla prima guerra mondiale. Una <strong>grave crisi economica</strong> costringeva a misere condizioni di vita gran parte della popolazione. Il generale malcontento provocò una costante ed <strong>elevata tensione</strong>. Il <strong>Partito Popolare Italiano</strong>, fondato nel 1919 su iniziativa del sacerdote siciliano Luigi Sturzo, in breve tempo raggiunse dimensioni di massa. L’associazione nazionale combattenti e i fasci italiani di combattimento erano ostili sia alla classe dirigente liberale sia ai partiti di massa. I fasci italiani di combattimento fondati a Milano nel 1919 da Benito Mussolini avevano un programma demagogico chiaramente volto ad ottenere consenso facendo leva sul malcontento generale. I contrasti socio-economici si aggravarono nell’estate del 1920 quando i lavoratori decisero per protesta l’occupazione delle fabbriche. La crescente <strong>conflittualità favorì l’ascesa del fascismo</strong>. Il successo del fascismo, che fece uso sistematico della violenza nei confronti delle organizzazioni democratiche, fu favorito anche dalla <strong>debolezza delle altre forze politiche</strong>. Dopo la marcia su Roma del 1922, Mussolini fu incaricato di formare il nuovo governo. Dopo il delitto Matteotti (1924), i partiti dell’opposizione abbandonarono il parlamento e il fascismo iniziò la costruzione di un regime totalitario.</p>
<p><strong>Aspetti economico-politici mondiali</strong></p>
<p align="justify">La <strong>crisi del 1929</strong> negli U.S.A., nata dalla riduzione dell’importazione di prodotti agricoli dagli Stati Uniti da parte di paesi europei già in crisi, causò gradatamente il <strong>collasso di tutto il sistema economico occidentale</strong>. Le misure restrittive e protezionistiche decise dai vari paesi aggravarono ulteriormente la situazione. In quasi tutti gli stati coinvolti la recessione causò <strong>mutamenti in senso totalitario dei rapporti istituzionali</strong>.</p>
<p align="justify">Intanto in Russia la prima guerra mondiale aveva causato un aggravamento della tensione politico-sociale che accelerò la crisi del regime zarista. Nell’ottobre del <strong>1917</strong> su proposta di Lenin si passò all’insurrezione armata. Nel ’22 venne proclamato l’U.R.S.S., l’unione delle repubbliche socialistiche sovietiche. La realizzazione del socialismo si attuò con la repressione.</p>
<p align="justify">Intanto in Germania l’instabilità politica e i contrasti sociali favorirono l’ascesa del nazismo con Hitler al potere. La politica estera espansionistica per la conquista di uno “spazio vitale” si fece audace. L’invasione della Polonia nel ’39 e il favoreggiamento dato dallo stato fascista italiano, segnò l’inizio della seconda guerra mondiale.</p>
<p><strong>Seconda guerra mondiale</strong></p>
<p align="justify">L’Italia entra in guerra nel ’40 a fianco della Germania nazista. Agli inizi del 1942 gran parte dell’ Europa era sotto il giogo nazi-fascista. La sconfitta dei Giapponesi alleati della Germania, la disastrosa ritirata in Russia delle truppe nazi-fasciste, le vittorie in Africa e sull’Atlantico degli alleati, costrinsero gli eserciti dell’asse alla resa. Intanto in Italia, la drammatica evoluzione degli eventi bellici fece emergere l’<strong>ostilità verso il partito fascista</strong>, in difficoltà anche a causa di conflitti interni. Il 25 luglio 1943 il “Duce” fu esautorato. L’8 settembre ’43 il nuovo capo del governo Badoglio annunciò la firma dell’armistizio con gli alleati senza impartire precise direttive alle forze armate. Dopo l’armistizio l’Italia si trovò in una situazione drammatica. Il suo territorio era diviso in due parti, ciascuna occupata da eserciti stranieri; quello anglo-americano a sud, e quello tedesco a nord. Contro i nazi-fascisti intanto avevano iniziato ad operare le formazioni partigiane di diversi orientamenti politici ma unite nella lotta per la ricostruzione della libertà e della democrazia.</p>
<p><strong>Il secondo dopoguerra</strong></p>
<p align="justify">Nel gennaio del ’44 si formò il C.L.N., comitato di liberazione nazionale. Terminata la guerra, nel ’45 attorno a Stati Uniti e Unione Sovietica, vincitori della guerra, che rappresentavano due modelli di società antitetici ed ambivano ad affermare la propria egemonia, si formarono i due blocchi di stati contrapposti. Il ricorrente scoppio di contrasti e di conflitti nelle aree di maggiore attrito dette inizio alla “guerra fredda”. Nei paesi dell’Europa orientale si formarono regimi comunisti subordinati all’ U.R.S.S. che attuò una durissima repressione di ogni forma di dissenso. In Germania i contrasti portarono alla costruzione di due diversi stati nel 1949; ad ovest la Repubblica Federale Tedesca, inserita nel blocco occidentale, e ad est la Repubblica Popolare Tedesca, sottoposta all’influenza sovietica.</p>
<p><strong>In Italia…</strong></p>
<p align="justify">Intanto in Italia, dopo il forzato scioglimento del Partito Popolare da parte del fascismo nel novembre del ’26, i maggiori<strong> esponenti del P.P., costretti all’esilio o a ritirarsi dalla vita politica e sociale, mantennero rapporti e relazioni con don Luigi Sturzo</strong> che dall’esilio londinese mantenne alta l’esperienza del disciolto partito.</p>
<p><strong>La nascita della D.C.</strong></p>
<p align="justify">Nel settembre del ’42 i fondatori del futuro partito della Democrazia Cristiana, iniziarono ad<strong> incontrarsi clandestinamente</strong>. Parteciparono agli incontri: Alcide De Gasperi, Mario Scelba, Giovanni Grondi, provenienti dal Partito Popolare, Aldo Moro e Giovanni Andreotti dall’Azione Cattolica, Amintore Fanfani, Giuseppe Dossetti, Paolo Emilio Taviani della FUCI. Il partito così appena costituito visse una vita clandestina fino al luglio del ’43. Il governo Badoglio, pur ufficialmente vietando la ricostruzione dei partiti, di fatto ne consentì l’esistenza. Ne settembre del <strong>’43 la DC partecipo alla costituzione del CLN</strong>, all’interno del quale il partito cercò di assumere la guida delle forze politiche più moderate, in opposizione ai partiti di sinistra PC e PSIUP. L’atteggiamento della DC, in linea con quello della chiesa cattolica, era quello di evitare prese di posizione troppo nette sul destino della monarchia e di ridurre la portata della lotta armata.</p>
<p><strong>L’Azione Cattolica</strong></p>
<p align="justify">In effetti con la nascita del PP nel primo dopoguerra si impose una riorganizzazione del laicato cattolico con una migliore specificazione dei compiti tra Azione Cattolica, PP e sindacato. Nell’Azione Cattolica la commemorazione dei quaranta anni della <i>Rerum Novarum</i>, nel 1931, suona critica alle corporazioni fasciste. Si afferma che la chiesa, tra l’altro, ha il diritto di entrare nella moralità sociale mentre il fascismo educa i giovani alla violenza ed alla aggressività. L’originalità dell’enciclica Rerum Novarum del Papa Leone XIII del 1891, sta nella sua mediazione. Il papa, ponendosi esattamente a metà tra la classe operaia ed i loro padroni, ammonisce la classe operaia di non dare sfogo alla propria rabbia attraverso le idee di rivoluzione, di invidia ed odio verso i ricchi e chiede ai padroni di mitigare gli atteggiamenti verso i dipendenti e di abbandonare lo schiavismo cui erano sottoposti gli operai. Il papa inoltre auspica che tra le parti sociali possa nascere armonia ed accordo nella questione sociale. Ammette, per la difesa dei diritti dei lavoratori, le associazioni sia di soli operai, sia miste di operai e padroni. Invita anzi gli operai cristiani a formare proprie società piuttosto che aderire ad una organizzazione contraria allo spirito cristiano ed al bene pubblico.</p>
<p><strong>La ricostruzione in Italia</strong></p>
<p align="justify">Così il primo governo dell’Italia liberata, composto da tutti i partiti del CLN, fu presieduto da Ferruccio Parri, ma ebbe vita breve a causa di contrasti tra le forze progressiste e quelle conservatrici. Il successivo governo presieduto dal segretario della Democrazia Cristiana, Alcide De Gasperi, avviò una politica interna moderata. Il 2 giugno ’46 le elezioni per il referendum istituzionale segnarono il successo della repubblica. Il 22 dicembre 1947 venne approvata la costituzione italiana ma l’unità delle forze antifasciste si ruppe definitivamente nell’aprile del 1948 con l’elezione del primo parlamento repubblicano. Esse si svolsero in un clima di scontro frontale tra PCI e PSI unite nel fronte democratico popolare, e forze moderate guidate dalla DC. Vinte le elezioni del ’48 De Gasperi formò un governo sorretto da una coalizione centrista. L’ampia maggioranza parlamentare favorì la stabilità politica. La<strong> tensione sociale restò comunque elevata</strong>. Per attenuare la disoccupazione, la carenza delle abitazioni e l’arretratezza delle regioni meridionali venero adottati provvedimenti di varia portata. La riforma agraria produsse qualche limitato miglioramento, la ripresa economica, soddisfacente sul piano quantitativo fu accompagnata da squilibri tra i vari settori produttivi e tra regioni più o meno sviluppate. Il disagio degli strati più poveri della popolazione e l’insoddisfazione delle masse operaie e contadine, sostenute dai partiti di sinistra e dalla CGIL causarono scioperi e manifestazioni di piazza. Alle elezioni del ’53 i partiti di coalizione centrista non ottennero i voti necessari per guadagnare il premio di maggioranza previsto dalla nuova legge elettorale. Seguì pertanto un periodo di instabilità nel corso del quale, all’interno della DC, guidata da Amintore Fanfani dopo la morte di De Gasperi, si diffuse un <strong>orientamento favorevole ad una apertura verso i socialisti</strong> che nel frattempo prendevano le distanze dal PCI a causa anche dei contrasti nati dopo le vicende del 1956 nell’Europa orientale <i>(Ungheria).</i> Nonostante l’instabilità politica, tra il ’53 e il ’58 vennero poste le basi per una rapida espansione economica.</p>
<p><strong>Il miracolo economico</strong></p>
<p align="justify">La crescita delle DC e del PSI alle elezione del ’58 e la nomina a segretario della DC di Aldo Moro, favorevole alle aperture a sinistra, facevano intravedere l’inizio di una collaborazione tra i due partiti. Questa risultò inevitabile dopo il fallimento del governo Tambroni, sostenuto dalla destra. Intanto si verificò una accelerazione dello sviluppo economico. Esso fu favorito dal<strong> basso costo della manodopera, dall’ampia disponibilità di capitali, dalla relativa vastità del mercato</strong> interno e nazionale e dal<strong> lassismo dell’apparato legislativo</strong>. Fu chiamato “miracolo economico” e si assistette ad un <strong>generale miglioramento delle condizioni di vita</strong>. Ciò però <strong>non attenuò gli squilibri ed i problemi sociali, anzi, forse lì intensificò</strong>. Nel ’63 si formò il primo governo con la partecipazione diretta dei socialisti che però cadde dopo pochi mesi. Intanto la realtà sociale e politica stava diventando più complessa. Il PCI venne scavalcato da formazioni politiche di estrema sinistra. Nel frattempo nel mondo cattolico il Concilio Ecumenico Vaticano II e l’enciclica <i>Populorio Progressio di </i>Paolo VI diffondevano una ulteriore sensibilità per i problemi sociali nazionali ed internazionali.</p>
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